La filiera del luppolo italiano

(Aggiornato) Una delle novità di quest’anno in ambito brassicolo è stata forse la nascita, seguita da autorizzazione ministeriale, del primo luppoleto italiano. Ce ne sono tanti in Italia, di dimensioni contenute e solitamente dedicate al consumo di un singolo birrificio, ma quello aperto da Italian Hops Company è di ben due ettari e mezzo – in Emilia Romagna – e nasce con il preciso intento di essere un’azienda con obiettivo primario il sostentamento attraverso la cultura e la vendita di luppolo proprio.

Ne riparliamo oggi perché in queste settimane sono state raccolte le prime piante di luppolo che sono state inviate ai primi birrifici che ne hanno fatto richiesta: Birra del Borgo, Birrificio del Ducato, Argo, Birrificio Italiano, Lambrate, Brewfist e tanti altri. Le prime cotte con i luppoli italiani (anche se di ceppi americani principalmente) sono arrivate nei rispettivi birrifici per diventare una Reale special edition, una Suprema Ratio Wet Cascade e tante fresh hop (l’elenco lo trovate nell’ultimo articolo di Cronache di birra dedicato alle Fresh Hop Italiane).

Erroneamente da noi associato a questo raccolto il birrificio Birra Cerqua con la sua Lu.Bo – una “Bologna Pale Ale” – che invece ha utilizzato un luppolo che ha coltivato a Dozza in collaborazione con l’azienda agricola Tampieri (grazie a Eleonora per la segnalazione).

Contemporaneamente anche Baladin, già partito nel 2011 con l’utilizzo di luppolo coltivato vicino a Piozzo, in queste settimane ha raccolto le sue piante ma da gran visionario innovatore Teo Musso l’ha fatto utilizzando una nuova macchina costruita in collaborazione con Antonello Musso di Frè e le officine Conterno di Piozzo; si tratta della prima macchina su ruote per raccogliere luppolo fatta in Italia. Prima il luppolo era raccolto tutto a mano.
A detta di Baladin “questo strumento va considerato come un importante tassello per lo sviluppo della coltivazione del luppolo in Italia.  Consentirà infatti di poter separare i fiori dalla pianta direttamente sul campo, risparmiando tempo, migliorando i costi e soprattutto garantendo una migliore qualità del prodotto”.

Stiamo recuperando un vuoto di secoli malgrado le istituzioni non abbiamo mai sostenuto veramente lo sviluppo della birra italiana e delle materie prime che la compongono. La grande bellezza è che la voglia di chi ama la birra sia superiore al disinteresse di chi la dovrebbe far crescere.

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